16 ott 2014

Mesongles - scritto tanti anni fa

Avevo scritto tanto tempo fa questo raccontino...
tuttora mi piace, ma ogni scarrafone è bello a mamma soia
Lo metto qui, se  no me lo perdo un'altra volta (ah oggi 16 ottobre anniversario della morte di M.Antonietta... sarò una strega?)

MÈSONGLES





DIDIER
Quando nacque Didier non c’erano fate buone con coni a pan di zucchero in testa, né streghe cattive in vena di lanciare sortilegi.
C’era solo, nella modesta culla di vimini, il piccolo Didier. E dire piccolo voleva dire piccolo, perché Didier era piccolissimo. Un nano bambino, dolce come tutti i bambini, ma piccolo, così piccolo che mamma e papà  volendo osservarlo meglio usavano una grossa lente.


Agnès sorrideva, “guarda”, diceva al marito,  sbalordita dalla meraviglia di quelle manine (a occhio nudo nessuno riusciva a distinguere le piccole dita), e dietro la lente spessa l’occhio di mamma ingigantito come quello di Polifemo si allargava ancor più nello stupore esaminando le piccole fossette sul dorso. “Come sono delicate!”

Mamma  Agnès passava la lente alle amiche che si sdilinquivano in “ohhh, è così tutto perfettamente minuscolo e preciso!”

Didier crebbe, si fa per dire, in questo clima di stupita meraviglia, che troppo presto si mutò in tacita apprensione.
Cosa avrebbe fatto da grande, si fa per dire, il nostro Didier?
Era certo grazioso. Non aveva nulla di nanesco, era solo e-stre-ma-mente piccolo.

Agnès non volle mandarlo a scuola e fino a 12 anni lo scarrozzò nella borsa della spesa, un po’ per vanagloria, un po’ perché Didier era anche molto svelto e questo non guastava in una famiglia povera.
Quel che riusciva a scivolare in quella borsa ad opera di Didier  “manine sante” era una vera benedizione. Ma Didier era di grande appetito.

“Figlio mio non so proprio dove metti tutto quel che mangi, e lo sa Iddio quanto costa il mangiare e anche se tu aiuti ci mangi anche quel sovrappiù e le tue sorelle e i tuoi fratelli sono così magri che gli conti le ossa e sono diventati tutt’occhi”

Didier si rattristava e piangeva, piangeva fino a che Agnès, sopraffatta dalla compassione, non gli dava qualcosa da rosicchiare per consolarlo.

E se non fosse venuta la gran moda dei nani – ormai nessun piccolo nobile si azzardava ad uscire senza il suo nanetto da compagnia, imbrigliato e ingioiellato come un bel cagnolino da passeggio- dicevo, se la moda avesse tardato solo un po’, chissà che fine avrebbe fatto la povera famiglia del nostro.



LA MODA DEI NANI E L’INCONTRO CON MARIE ANTOINETTE

La moda venne dai Carpazi, terra dove pare che i nani, stanati e catturati dalle loro residenze silvane con dolcetti-trappola e giocattoli-tagliole, assurgevano poi al rango di nani da compagnia addobbati con campanelli, nastrini e guinzagli dorati adorni di variopinti specchietti. Tant’è che da lontano si poteva distinguere il figlio di un ricco dall’intermittente baluginare del nanetto che lo accompagnava.
Ma la fortuna di Didier fu solo per metà quella di essere un nano al posto giusto al momento giusto.

Agnès, dopo averlo bardato con l’aiuto delle comari amiche, se lo era portato in città: a Parigi, alla ricerca di un nobilonzolo senza troppe pretese . Non sopportava più la visione di Angiolino e Dodo, al pari delle altre quattro piccoline di casa, sempre a bocca aperta come passeri pigolanti e voleva sistemare Didier al più presto.

Cosicché proprio davanti a Notre Dame, dove la più varia umanità si incontrava e il mercato dei nani era più affollato, a dispetto di gobbi e malformati aspiranti buffoni ormai caduti in disuso e ridotti all’elemosina, proprio là, mentre già trattava col futuro padrone di Didier, che tirava sul prezzo per via della scarsa bardatura, proprio là capitò la piccola.

Maire Antoinette aveva avuto una giornata storta.
Soffriva di costipazione cronica dovuta, non da ultimo, al suo pessimo carattere. Ed eccola là, rossa un viso e scarmigliata mentre urla maledizioni al suo nano collassato.
“Fèlipe, che ti venga un accidente” (in realtà gli era già venuto) “Fèlipe io ti am- maz-zo”
Il povero Fèlipe non si muoveva e un rivolo rosso di sangue scendeva dalla bocca del nano riverso.

Antoinette  esasperata urlava e tirava le briglie con tanta forza da farlo sussultare.
Come fu come non fu, Didier, sfuggito alle trattative, riuscì a raggiungere la bambina e messosi a  cavalcioni del poveretto inizio una buffa pantomima per distrarre la piccola.
Agnès si trovò in mano il doppio di quanto avrebbe potuto sognare, Didier fu bardato col guinzaglio di Felipe e Felipe stecchì sui gradini della cattedrale.

Ma non fu tutto rose e fiori…


FAME SENZA FINE

Passò qualche tempo.

Didier non era cresciuto né pasciuto e, nonostante la nuova condizione gli desse diritto agli avanzi della tavola regale, sotto la quale nani di seconda categoria e mastini di corte gli riconoscevano il primato indiscusso, lottava con una fame senza confini.

Era come se tutto l’appetito del mondo, tutte le bocche dei poveri, dei miseri, dei diseredati, uomini, nani, vecchi, bambini, per una qualche misteriosa e telepatica affinità si dessero appuntamento in prossimità delle ore canoniche di pasto dejeuner e diner e post diner nelle fauci di Didier, che cominciava a salivare ed a smaniare prima ancora che i cuochi di corte accendessero il fuoco.

Appena poteva fuggiva nelle cucine, barattando tutte le sue abilità di nano, capriole, giochi e civetterie e – alla peggio – prestandosi ai più biechi scherzi degli sguatteri pur di spuntare qualcosa da sganasciare.

Trum-trum, cric croc, gnum gnum, srr srr – liquido o croccante, morbido duro carnoso o legnoso flambé o gelido, pizzicoso o delicato, il cibo passava dalla “bocca del mondo” allo “stomaco dell’universo” senza alcuna conseguenza di sazietà.

“Maledetto masticone di un nano” “Didier ganascia” Così lo chiamava Antoinette, finché un giorno, in una crisi costipatica lo raggiunse in cucina e presolo per il guinzaglio dindinsbrindelluccicante lo strattonò e trascinò letteralmente per tutto il palazzo.
Didier, come un cavaliere sbalzato di sella e impigliato nelle briglie, si lamentava chiedeva perdono e singhiozzava, seminando briciole per il vasto corridoio.

Antoinette urlando e tirando aveva percorso tutta l’ala est e al suo passaggio servi e damigelle facevano coro. “Ora te ne starai digiuno” – urlava lei – “e se entri in cucina ancora una volta sei un nano morto”.

“A digiuno, morto, morto” facevano eco quelli, tutti in fila lungo il corridoio davanti alle porte decorate a stucchi o sotto le preziose appliques a vedere passare la piccola regina, e molti sottolineavano con calci e pizzicotti la loro approvazione.

Giunta davanti al salone grande dei ricevimenti Antoinette si fermò e ordinò che il nano fosse issato sul lampadario centrale dove lo lasciò per tutto il giorno e il giorno dopo.

Quando vennero a prenderlo per calmare una nuova crisi della piccola, causa stritolamento del nuovo busto confezionatole da Maitre Delor (troooooppi pasttiissciiiini  ma ptite baroccheggiava lui causandole rantolamenti), Didier era così felice di averla scampata che non appena condotto nella stanza da letto di Antoinette cominciò a capriolare per terra e poi sul letto e poi ai piedi della bimba; le baciava la mano, esclamava “viva antoinette” faceva la ruota, ribaciava le mani, ruota, mani, “viva antoinette” ruota, mani, ruota. Gnam….!

Era accaduto… Tutte le bocche del mondo avevano vinto ed ecco che Didier aveva azzannato l’unghia del mignolo di Antoinette.
Gli occhi di Antoinette divennero grandi grandi: le pupille come due mente perse nei laghetti di latte sotto le ciglia arrotolate all’insu riflettevano tragicomicamente le luci di un altro spaventoso enorme lampadario. Didier  smise di respirare; si era forse giocato l’ultima chance. Ipnotizzato da quegli occhi rotondi rotondi così sgranati come quelli di una bambola rotta non vide che essa gli stava porgendo l’altra mano, anzi l’altro mignolo da mordere.

“Forza nano” rideva “Didier mangiaunghie!” e ancora ridendo gliele porgeva “mesongles” (letteralmente le mie unghie – pronuncia mesòngl )
E quello ci si buttò a forza, dandosi da fare anche con le pellicine. Strano, pensava rosicchiando, che tutto il cibo del mondo non lo saziasse al pari di questo, tutte le leccornie flambé, purè, roti, tortì e patè  oh quella si era la meilleure cruditè!



LA MODA DEI MESONGLES

FU LA MODA!

Non ci fu nobile che non possedesse un nano mangiaunghie. Ma nonostante i tentativi di imitazione – li vestivano come Didier, li cercavano tra i più piccoli e aggraziati – nessuno riuscì a sottrargli il primato.
Didier si faceva il codino? E un esercito di mininani mangiaunghie si annodava il codino, comprava codini posticci o alla peggio tagliava il pelo ai cagnolini di corte per farsi un toupet.
Didier si facea un fiocco al braccio destro con ricamato “Le meilleur”? e mille fiocchi con la scritta le meilleur in oro cremisi e perle erano al braccio dei suoi seguaci.
Il popolo adorava il personaggio Didier che esprimeva simbolicamente la sua fame e il suo riscatto.

Frotte di nobilini con le mani rosicchiate calmavano i loro attacchi di isteria al grido di “mesongles” diventato anche un nuovo modo di esprimere qualcosa di forte e inaspettato in luogo dei vecchi perbacco e mondieu.

La spagna ha più cannoni dell’Inghilterra?
“Mesongles!” esclamavano i nobili

Lo strascico  di Madame de Gras misurava 27  iarde?
“Mesongles!” esclamavano le nobilesse

E il popolo per scherno chiavama i nobili “Mesongles”
Dicevano con rabbia “e’ passato un Mesongles” “…è servo dei Mesongles!”

Tant’è che il vero conte di Mesongles (ironia della sorte esisteva una tale contea!) non sapeva più nascondere l’imbarazzo delle sue apparizioni alle feste di corte.
Non appena pronunziato il suo nome i cortigiani sorridevano e lo stesso cerimoniere sembrava strascicare a bella posta il nome Mesooooongglllles.

Cosicché dopo aver chiesto invano un’autorizzazione per mutare il nome alla contea, ottenne solo di venire chiamato il conte di Mes, nome del quale tuttora i suoi discendenti si fregiano, anche se negheranno tutta la storia.

I veri Mesongles impazzavano. Sarti e cerimonieri non reggevano a una tale esplosione di originalità. Ormai aboliti i guanti, la nobiltà  si distingueva per bende e cerottini finemente ricamati che sfarfallavano dalle falangi, ora colorati, ora in pizzo bianco, ora in dentelle, ora in sangallo, lavorati a tombolo, chiacchierino, a filet, a crochet, spartani o a falpalà, accordati al vestito o in filo d’oro. Così ci sono stati conservati in molti ritratti di infanti famosi; alcuni in verità manomessi in epoca successiva per nascondere quella che veniva reputata una oltraggiosa effeminatezza , ritratti di bambini col dito indice in bella mostra che hanno fatto scervellare i critici d’arte su chissà quale strampalata simbologia (“essi indicano il vero potere che è quello del creatore epperciò l’indice indica il cielo”, “è la domanda dell’uomo, quell’indice rappresenta la sua solitudine”, “è un gesto magico che restituisce il centro della composizione nell’aurea proporzione” eccetera eccetera) che testimoniano solo quanto le nuove correnti del gusto e della moda disdegnino e disconoscano quelle immediatamente precedenti.

NOBILE FINO IN FONDO

Ma nella digressione abbiamo trascurato il nostro Didier, che attraverso le unghie di Antoinette acquistava sempre più le caratteristiche della nobiltà. Perché non è corretto dire che la nobiltà passa attraverso il sangue. Troppi esempi lo smentiscono.
Così Didier acquisto la vera nobiltà senza accorgersene. Unghia dopo unghia passava in lui come in una lenta trasfusione la vera essenza aristocratica.

E fu nobile fino alla fine, quando nella buia bastiglia insieme alla grande bambina antoinette, quando il mesongles di lei fu  un sospiro che solo Didier poteva sentire e di unghie non esisteva neanche il ricordo. E tutte quelle frottole su Antoinette che dice “il popolo non ha pane ? dategli delle brioches!” sono solo versioni distorte della realtà. Era un gioco che Didier usava per consolarla quando digiuna da giorni e senza neppure la soddisfazione di mangiarsi essa stessa le unghie le venivano ricordate le cause di tutta quella rivoluzione avvenuta in un mondo a lei sconosciuto. “Il popolo non ha pane…”le ricordavano i carcerieri “il popolo non ha pane dategli delle brioches” cantilenava pian piano didier succhiandole il mignolo e lei ripeteva la nenia di lui. Ma l’ironia è dono di chi è libero.

Non era tempo di foto o di ritratti per chi andava alla ghigliottina. Se  fosse stato, in particolare, sulla destra, sotto “la madama” - provvisti delle necessaria lente - avremmo visto il capino aggraziato di Didier accanto a quello di Antoinette.

La Rivoluzione portò la moda del popolo e il popolo - per la regola su descritta nei ritratti degli infanti manomessi- scelse le unghie lunghe. Furono tempi in cui i mesongles portavano i guanti per non farsi riconoscere.

Nella successiva fase reazionaria i nobili tornarono alle unghie, rosicchiadosele da soli e così fecero i nuovi nobili, un po’ per moda e un po’ per essere accettati, quindi l’attenzione passò altrove e si perse l’inizio di tutto ciò.

Ormai la moda era trasversalmente passata dai nuovi nobili alla borghesia che ne creò una nuova storia, anzi una vera malattia. E se molti mesongles passivi e attivi divenuti pazienti onicofagi passavano interminabili pomeriggi sul lettino trotterellando all’indietro e all’interno e su e giù per gli intrecciatissimi meandri di quel nuovo mondo rivelato dal dr. Freud (anch’egli tra l’altro mesongles onicofago pentito) tutti, ma proprio tutti si erano dimenticati di Didier.




2 commenti:

  1. Ma che bella fiaba! Hai fatto bene a ritirarla fuori

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  2. eh eh dedicata a una mi amica che si mangiava le unghie
    grasssie

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